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Felicità sulla sofferenza

Secondo voi, si può essere felici sulla sofferenza altrui? La mia risposta è dipende. Vi sono persone che ci riescono benissimo, mentre altre che proprio non ce la fanno. Sfortunatamente, io faccio parte di quest'ultima categoria. E non sapete quanta invidia provo verso chi, in questo caso, non si cura dei sentimenti altrui. Questo perché odio convivere con questa fastidiosa vocetta che, costantemente, mi sibila nelle orecchie tutte le mie colpe e non mi dà pace. Dio solo sa quanto vorrei farla tacere, ma non posso perché so benissimo che ciò che dice corrisponde a verità. Come un serpente, si insinua e mi perseguita persino nei sogni, dove rivedo sempre le stesse facce, i stessi luoghi, le stesse scene, quasi fosse un brutto film. E mi sembra di impazzire. E non mi è permesso dimenticare ciò che è stato, sarebbe troppo comodo. E non mi è concesso di essere completamente felice, perché non sarebbe giusto. E non mi è possibile rimediare a ciò che ho fatto, perché niente poteva andare diversamente.
Nei rapporti umani, quando ci sono di mezzo i sentimenti, nulla può essere come prima, anche se lo si desidera più di ogni altra cosa. Allora, pur capendo benissimo, non ho altra scelta che fingermi insensibile ed egoista. Dura e fredda come una statua di marmo. Se agissi diversamente, non farei altro che causare altra tristezza. Non farei altro che provocare ferite più profonde. Quindi non mi rimane che rinunciare. Anche se il dolore che provo è così forte che, quasi, mi sembra di morirne. Anche se non mi rimarranno altro che bei ricordi che, col passare del tempo, ingialliranno e sbiadiranno come vecchie fotografie. E, per quanto possa provarne nostalgia, non potrò mai riviverli, perchè fanno parte del passato. Quindi sono costretta ad andare avanti, eppure continuo a volgere il mio sguardo indietro. E, riguardando quegli attimi, mi rattristo. Allora vorrei essere solo felice, ma più lo desidero, più mi nego questo sentimento. Non mi è possibile essere felice se, a causa mia, qualcun altro non lo è.

La nostra stessa esistenza porta sofferenza ad alcune persone e felicità ad altre. Ultimamente, la mia, non ha fatto che causare tristezza e dolore. Allora perché vivo?

Doti

Su questa Terra, ogni essere vivente ha almeno una dote. Un qualcosa in cui si sente incredibilmente bravo. E non mi venire a dire che non ne hai, perchè non ci credo. E' impossibile! Tutti ne abbiamo una, persino io (anche se devo ancora ben scoprire qual'è).
C'è chi sa disegnare soggetti che poi prendono vita, chi suona note che avvolgono il cuore degli ascoltatori, chi canta con una voce così melodiosa che potrebbe appartenere solo ad un angelo, chi balla con una leggiadria paragonabile a quella dei cigni, chi scrive emozioni così forti da far commuovere i propri lettori.
Alla fine, non credo sia molto importante essere i migliori in assoluto nell'esprimere la propria dote. Invece, penso che ci sia una domanda che ci si deve necessariamente porre:

"Ti senti bene?"

Ottimo, non pensi di avere già tutto? L'allegria, il divertimento e la spensieratezza sono la base e non possono mai mancare in tutto ciò che fai. Se poi, sentirti felice da solo, non ti basta, allora inizia a chiederti cosa stai facendo per gli altri. Non è forse la cosa più bella del mondo regalare un sorriso a chi ti sta accanto? Un sorriso che puoi fare apparire solo tu. Un sorriso caldo e vero perchè viene direttamente dal cuore. E credo che questo valga ben di più di centinaia di applausi.

La maschera II

In questo periodo, mi capita di chiedermi dov'è finita la mia vera me stessa. E' quella di adesso o quella che ero prima? Oppure nessuna delle due? L'ho finalmente afferrata o sto continuando a rincorrerla e mai la raggiungerò? Oppure l'ho semplicemente persa e non la ritroverò mai più?

Era quella che aveva tanti rimpianti, quella che subiva in silenzio, quella che nascondeva tutto dietro un sorriso di circostanza, quella che diceva che andava tutto bene anche se non era vero niente, quella indecisa, quella che non rifletteva mai, quella infantile e capricciosa, quella che non stava bene se non leggeva almeno un manga alla settimana, quella che doveva assolutamente giocare di ruolo, quella che al massimo ascoltava Tiziano Ferro, quella che, di musica, non gliene importava proprio niente, quella che si ritrovava a piangere da sola al buio, quella che dipendeva costantemente da altri, quella che aveva paura di dire ciò che pensava, quella che non voleva scoprirsi di fronte agli altri perchè "sbagliata", quella che non si sentiva mai sola anche se in realtà lo era, quella superficiale, quella che non si preoccupava mai di nulla, quella che non capiva o, più semplicemente, non voleva affatto capire perchè le sembrava più comodo, quella che non si rendeva mai conto di nulla, quella che inconsapevolmente diceva bugie a tutti persino a se stessa, quella debole che voleva essere protetta, quella che non aveva mai voglia di uscire, quella troppo razionale, quella che non viveva ma si limitava a "sopravvivere", quella che credeva di essere felice, quella sempre nervosa?

Oppure quella che sa che la vita è solo una e quindi non vuole avere nessun rimpianto, quella che non mostra altro sorriso se non quello vero, quella che, se non le va bene qualcosa, lo dice, quella decisa, quella che riflette e si tormenta, ma, anche se soffre, continua a pensare, quella che ha acquisito dieci anni di botto, quella che non legge manga da sei mesi ma continua a comprarli, quella che ai giochi di ruolo nemmeno ci pensa più, quella che il cd di Tiziano Ferro l'ha gettato via per fare spazio a qualcosa di meglio, quella che non le basta più ascoltare la musica, ma deve anche farla, quella che non vuole piangere perchè non serve a nulla, quella che non dipende da nessuno e nemmeno vuole farlo, quella che dice ciò che pensa e al diavolo gli altri, quella che non si sente più "sbagliata" perchè non lo è, quella che si sente davvero sola, ma sa che non è vero, quella che capisce e, alle volte, fin troppo, quella che si è resa conto di molte cose e si pente per non aver aperto gli occhi prima, quella che le bugie le dice solo ai suoi genitori e a fin di bene, quella forte che vuole proteggere, quella che, se le gira, prende il treno e parte, non importa la destinazione, quella che la razionalità l'ha quasi completamente dimenticata, quella che non si è mai sentita più viva di così, quella che vuole essere felice, quella serena?

Temo di essermi tolta una maschera solo per indossarne un'altra più grande. Solo per fingere di essere qualcuno che non sono e che non sarò mai, anche se vorrei disperatamente esserlo. E se davvero così fosse, mi chiedo se mai riuscirò ad essere veramente me stessa o, forse, non mi è possibile perchè sono io ad essere una maschera. Probabilmente, non dovrei pensarci. Forse, ciò che conta è che mi piaccio un po' di più e, di riflesso, finisco per piacere anche agli altri. Allora, dovrei essere sulla strada giusta...

Ultimamente, mi trovo a parlare sempre più spesso del mio posto di lavoro. L'edificio, un triste complesso di palazzi blu con gli infissi delle finestre rossi (sì, sono d'accordo con voi: un accostamento di colori a dir poco orribile, ma, dopo averci pensato più e più volte, sono giunta alla conclusione che, con tutta probabilità, colui che ha deciso ciò era un fan sfegatato del Bologna), sorge nella zona industriale di Ravenna. Un posto squallido, dove la nebbia causata degli scarichi delle fabbriche è così fitta che il sole non si vede neppure d'estate, figuriamoci d'inverno. Non parliamo poi della gente che, abitualmente, frequenta questo luogo: da quando sono stata assunta, credo di aver battuto ogni record di corsa facendomi porta dell'ufficio-macchina in soli tre secondi. Ok, visto da fuori sembra un vero incubo, ma la parte migliore è il "dentro". Non solo mi piace il lavoro che svolgo, ma adoro anche le persone che mi circondano. E non credo di esagerare quando penso che siano la mia seconda famiglia. Insomma, quanti di voi trascorrono le loro pause pranzo a giocare con l'eye-toy assieme ai capi? Quanti di voi organizzano tornei di ping-pong in sala riunioni? Quanti di voi sono stati consolati e ascoltati dai loro superiori per problemi di famiglia, amore o amicizia ottenendo addirittura preziosi consigli? Da noi, questa è la quotidianità. Tuttavia, il momento che preferisco, è quello del caffè, perchè mi domando cosa si inventeranno per chiedermi di portarglielo. Negli uffici normali, te lo direbbero così, a voce, senza troppe storie, no? Ecco, da noi, scordatevelo. Da quando sono stata assunta, hanno sempre trovato i modi più disparati: dalla telefonata interna, alla mail, dal coro di colpi di tosse (sì, avete capito bene! Così, sentendoli, io mi avviavo verso il loro ufficio per capire cosa stava accadendo e, improvvisamente, tutti guariti e contenti esclamavano: "Oh che carina! Ci fai quattro caffè? Grazie...") ai colpi sul muro e, per finire, con le canzoncine: "Ah! Ci vorrebbe proprio un bel caffè!" (a cui io rispondo sempre con un "vado" seguito da una risata sommessa). Certo che, detto così, sembra che, nel mio ufficio, non si lavori affatto...

Chiudendo l'ultima porta...

Vorrei solo che qualcuno mi spiegasse cosa ci guadagna la gente a dire cattiverie sul conto di altri. Con che faccia, queste persone, si professano amiche, quando poi non esitano a screditarti in tua assenza? Come possono sentirsi meglio? Proprio non capisco... Probabilmente, non si rendono conto di quanto male fanno...

So che, a questo mondo, nulla dovrebbe più stupirmi, eppure, quando accadono queste cose, vengo travolta da un sentimento di delusione misto sorpresa.

"Davvero lo meritavo?"

Scoppio a ridere sentendo cosa riesce a inventare la loro fervida e deviata immaginazione. Provo una pena infinita, perchè vogliono disperatamente capire, ma non comprendono che, così facendo, non ci riusciranno mai. Un po' come un cane che cerca di mordersi la coda. E' incredibile, ma non mi disgustano nemmeno un po'. Sono fatti così e così li accetto.

"Su, forza, parlate, dite di me ciò che volete..."

Vi provoco, mi inabisso nel vostro gioco perverso e mi diverto. Date ancora più sfogo alla vostra immaginazione... fatemi divertire ancora di più.

"Impazzirete nel desiderio..."

Sfoderate le vostre lingue taglienti come lame, su di me scivoleranno come gocce d'acqua. Grazie a voi, ho smesso di soffrire da tempo. Grazie a voi, mi sono risvegliata. Grazie a voi, non sono più una debole. Ora, non me ne importa più nulla. Chi, per me, conta, sa la verità come la so io. Non ho più paura di voi, non riuscirete a farmi abbassare la testa. Continuerò a fissarvi dritto negli occhi, finchè non sarete voi a distogliere lo sguardo per la vergogna. Crogiolatevi pure nelle vostre menzogne e congetture, sperando di raggiungere ciò che state infangando. Enigmatica, sorrido chiudendovi in faccia l'ultima porta.

"Tanto non lo saprete mai..."

Era ancora aperta, non avevo mai avuto il coraggio di chiuderla. Ora, ho fatto la mia scelta. Ho scelto il mio cuore. Non ho nessun rimpianto. Neanche uno.

Il piccolo principe

[...]"Non ho saputo capire niente allora! Avrei dovuto giudicarlo dagli atti, non dalle parole! Mi profumava e mi illuminava. Non avrei mai dovuto venirmene via! Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie. I fiori sono così contraddittori! Ma ero troppo giovane per saperlo amare". [...]

[...]Mi domando se le stelle sono illuminate perchè ognuno possa un giorno trovare la sua.[...]

[...]"Addio", disse al fiore.
Ma il fiore non rispose.
"Addio", ripetè.
Il fiore tossì. Ma non era perchè fosse raffreddato.
"Sono stato uno sciocco", disse finalmente, "scusami e cerca di essere felice".
Fu sorpreso dalla mancanza di rimproveri. Ne rimase sconcertato, con la campana di vetro per aria. Non capiva quella calma dolcezza.
"Ma sì, ti voglio bene", disse il fiore, "e tu non l'hai saputo per colpa mia. Questo non ha importanza, ma sei stato sciocco quanto me. Cerca di essere felice. Lascia questa campana di vetro, non la voglio più".
"Ma il vento..."
"Non sono così raffreddato. L'aria fresca della notte mi farà bene. Sono un fiore".
"Ma le bestie..."
"Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle. Se no chi verrà a farmi visita? Tu sarai lontano e delle grosse bestie non ho paura. Ho i miei artigli".
E mostrava ingenuamente le sue quattro spine.
Poi continuò:
"Non indugiare così, è irritante. Hai deciso di partire e allora vattene".
Perchè non voleva che io lo vedessi piangere.
Era un fiore così orgoglioso... [...]

[...]
In quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo..."
"Chi sei?" domando' il piccolo principe, "sei molto carino..."
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, sono così triste..."
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomestica".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
"Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "'addomesticare'?"
"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire 'creare dei legami'..."
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato..."
"E' possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra..."
"Oh! non è sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
"Su un altro pianeta?"
"Si".
"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
"No".
"Questo mi interessa. E delle galline?"
"No".
"Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea:
"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano..."
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non ci conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che cosa bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa e' una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse:
"Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perchè è lei che ho innaffiata. Perchè è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perchè è lei che ho riparata col paravento. Perchè su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perchè è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perchè è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
"E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripetè il piccolo principe per ricordarselo.[...]


[...]"Da te, gli uomini, coltivano cinquemila rose nello stesso giardino... e non trovano quello che cercano... E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa. Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore".[...]

[...]
"E quanto ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre mio amico."
[...]

[...]"Questa notte... sai, non venire".
"Non ti lascerò".
"Sembrerà che io mi senta male... sembrerà un po' che io muoia. E' così. Non venire a vedere, non ne vale la pena..."
"Non ti lascerò".
Ma era preoccupato.
"Ti dico questo... Anche per il serpente. Non bisogna che ti morda... I serpenti sono cattivi. Ti può mordere per il piacere di..."
"Non ti lascerò".
Ma qualcosa lo rassicurò:
"E' vero che non hanno più veleno per il secondo morso..."[...]

"Il Piccolo Principe" di Antoine De Saint-Exupéry

Piango. Le lacrime scendono dolcemente sul mio viso, accarezzandolo. Senza rendermene conto, piango. E' l'una di notte e sono in cucina, semisdraiata sul divano. So bene che domani dovrò andare al lavoro e sarò distrutta. So bene che rischierò il licenziamento perchè mi addormenterò sulla tastiera del mio pc. Eppure il mio corpo non risponde ai miei comandi. I miei occhi rimangono incollati al libro, come se fossi vittima dell'incantesimo scagliato da J.K.Rowling. Un incantesimo chiamato "Harry Potter". Ho sempre pensato che, per uno scrittore, non ci possa essere gioia più grande che dare emozioni ai propri lettori. Vedete, se uno sconosciuto ridesse o piangesse per qualcosa che ho scritto, mi sentirei completamente realizzata, come se avessi raggiunto il mio obiettivo. E, in questo momento, non sapete quanto la stia invidiando... Chissà quanti lettori hanno riso e pianto con Harry! Chissà quanti si sono sentiti così vicini a lui! Chissà quanti, come me, stanno bagnando con le loro lacrime queste pagine, sentendosi degli emeriti idioti, perchè, in fondo, è solo un libro. Eppure è più forte di loro e non riescono a controllarsi...
Allora rimango qui, semisdraiata sul divano, a singhiozzare come una bambina, perchè sono troppe le emozioni che mi hanno travolto. Rimarrò qui ancora per qualche attimo, sperando che nessuno venga a cercarmi, poi mi calmerò e mi infilerò a letto. Credo che stanotte, dopo settimane, non avrò alcun problema ad addormentarmi. Il mio cuore è così sereno che scoppia di sentimenti positivi. E, sentendomi felice, piango.

Knockin' on Heaven's Door

Mi sento come se stessi disperatamente bussando alle porte di un paradiso che, per me, non si aprirà mai più. Allora vorrei sapere perchè rimango qui davanti. Non capisco. Non mi capisco. Sto forse aspettando nella speranza che si apra uno spiraglio? Eppure so che, quella luce, mi trafiggerebbe molto più di quanto possa fare il sole con le tenebre. Allora cosa sto facendo qui? Le porte non si apriranno più per me, lo so bene, e forse neanche lo vorrei, eppure rimango qui. Forse, sto solo cercando un motivo per rialzarmi, per andare altrove, ma non ho né forza, né equilibrio per farlo. Odio stare in questo limbo, dove comprendo i sentimenti di molte persone, perchè li sto provando anche io. E odio ancora di più me stessa, perchè rimango qui, immobile, mentre il tempo trascorre sfuggendomi di mano. Sono stanca e quando vorrei solo lasciarmi andare, eccola che arriva. Una piccola luce, calda e allegra, fa comparire il sorriso sul mio volto. Mi ha salvato anche stavolta e, ridendo, mi chiedo come fa a riuscirci sempre. Non appena mi rabbuio, appare miracolosamente portandomi il sole. Grazie a questa luce, ora ho abbastanza forza per rialzarmi ed andarmene da questo luogo. Seguendola, mi lascio alle spalle quelle porte. Allontanandomi, non le degno neppure di un ultimo sguardo. E sorrido felice pensando che ci sarà un altro paradiso solo per me.

Pubblicazioni

Pubblicazioni su RaccontiOltre:

-Summer's rain
-Amore

Grazie.

Amore II

Nella mia vita, non ho mai dato tanto importanza all'amore. L'ho sempre dato per scontato o, forse, pensavo esistessero cose molto più importanti. Ora, ho cambiato idea. Credo non ci sia nulla di più importante di esso. Già solo il fatto che due persone si amino allo stesso modo, mi fa quasi pensare al miracolo. Pensateci: quanti miliardi di persone siamo su questa Terra? Quante sono le probabilità che due persone si incontrino? E quante sono le possibilità che si piacciano reciprocamente? A mio parere, poche, pochissime, infinitesimali...
Per quanto mi riguarda, credo di aver amato sul serio solo una volta. Nello scorso post sull'amore, sottolineavo che è importante amare col cuore e non con la testa. Nel corso dei miei ventitré anni, ho sperimentato entrambi gli amori e penso che non ci sia niente di più bello che amare col cuore, perchè dai tutto te stesso per l'altro. E ti senti completamente diverso, migliore... un'altra persona! Invece trovo che, amare con la testa, sia solo un palliativo. Un qualcosa che si sceglie inconsapevolmente per non restare soli. E, per quanto ci si possa affezionare all'altro, credo che sia un amore destinato a non durare. Forse perchè nemmeno si può chiamare amore. Credo sia più una sorta di sentimento che vada oltre l'amicizia, ma di certo non si può chiamare amore con la "A" maiuscola. Comunque, se amiamo col cuore, è impossibile non rendersene conto. Le cose più irreali diventano assolutamente possibili e la tua vita sembra diventare come uno di quei film che ti facevano ridere, talmente ti sembravano così assurdamente finti. Vorrei concludere il discorso con una frase di Sheakespeare che trovo dannatamente vera: «Se non ricordi che Amore t'abbia mai fatto commettere la più piccola follia, allora non hai amato.»

Prova a prendermi

Dopo un giorno di inseguimenti, direi che sono riuscita a prenderti, Mario. E adesso non ti mollo più.

Sì, ma non lui, bensì il suo cd "Prova a prendermi", tra l'altro introvabile essendo un cantante esordiente. Insomma, a Ravenna non c'era possibilità di averlo e Laura e la sua compagna di avventure/disavventure Valeria, non potevano aspettare il concerto di venerdì per acquistarlo. Allora che fare? Si sono guardate negli occhi ed hanno esclamato: "Bologna!". Allora hanno fatto la pazzia: stamattina hanno preso la macchina e si sono fiondate da Nannucci. Fortunatamente, il negozio aveva giusto, giusto due copie che sono state prontamente acquistate dalle nostre eroine.

*lo scaffale di Nannucci... guarda un po' chi c'è! Ti abbiamo preso, Mario!

*Laura e Valeria sotto le Torri con il cd... finalmente ce l'hanno fatta!

Scherzi a parte, in questo momento, ascoltando il suo cd, sono davvero felice. E se qualcuno mi chiedesse come mai mi piace così tanto dato che, oramai, ascolto tutt'altro genere, gli risponderei con una frase di una persona che, al momento, mi è molto vicina (un gran metallaro, tra l'altro): "Se una canzone ti dà emozioni, è forse un problema il genere a cui appartiene?"
In attesa del concerto di Ancona di venerdì (e in attesa di conoscere Mario, perchè, nonostante mi abbia dedicato "Seguimi sulla A14" via radio su mia richiesta, non ci siamo mai incontrati), vi lascio ad una sua canzone che, a mio parere, è la più bella. Ho dovuto davvero lottare per non cedere alle lacrime. E, se siete bravi e mi conoscete abbastanza, forse riuscirete anche ad indovinare il pezzo che mi ha fatto commuovere.

Re -

Strane sensazioni camminando fra la gente c'è qualcosa in questo mondo che non va
mangio
scarabocchio un foglio
guardo la tv e vedo qualcosa in questo mondo che non va
esco con gli amici
cerco mille distrazioni
guardo il cielo e tra le stelle c'è qualcosa che non va
sotto le coperte un po' amante e un po' amico
oggi cercando di capire quel qualcosa che non va
io mi rifugio qui in un re minore
ho tanto freddo se mi lasci solo
stringimi
perchè non è facile lo so accettare le mie lune i miei difetti e...
quante scuse
ma io son fatto così
non è facile lo sai farmi cambiare
penso e ci rifletto
il tempo passa
anche il mio cane invecchia
buffo
a lui chiedo se è possibile...
impossibile sognare la realtà mi è stretta
fammi spazio nel tuo mondo e poi continua a stringermi
troppe le allusioni
tu mi ami o mi vuoi bene?
Lasciami tra le coperte al caldo ancora per un po'
credi che sia stupido?
Sto cercando di cambiare ma al di là dell'orizzonte c'è qualcosa che non va
e mi rifugio qui in un re minore
ho tanto freddo se mi lasci solo
stringimi
perchè non è facile lo so accettare le mie lune i miei difetti e...
quante scuse
ma io son fatto così
non è facile lo sai farmi cambiare
mi ritrovi qui in un re minore
sento freddo se mi lasci solo
raggiungimi
anche se non è facile lo so accettare le mie lune i miei difetti e...
quante scuse
ma io son fatto così
non è facile lo sai farmi cambiare

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