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Pubblicazioni...

Pubblicato sul sito "Racconti Oltre" il racconto "La Maschera". Se vi va, leggetelo e commentatelo, mi farebbe molto piacere.

La mia Rosa Bianca

In questo momento, la mia felicità non è descrivibile. Volete sapere perché? Guardate un po' qui. La mia favola è stata letta a sedici gruppi di ragazzi priva del suo finale originale e loro ne hanno creati di nuovi. Quale soddisfazione più grande ci può essere?

I pensieri del cuore

Sapere che il proprio cuore sta battendo così forte nel petto da essere muto. Essere talmente nervosi da comportarsi in modo naturale. Voglia di fare l'impossibile, pur essendo costretti ad aspettare. Pensare di essere liberi quando si è in gabbia. Voler sperare pur dimenticando. Avere, al posto del cuore, un sasso con le ali da fringuello. Essere così felici da avere un pugnale conficcato nel petto. Udire echi di voci che scherzano e ridono e ritrovarsi soli. Aver davanti agli occhi le meraviglie della vita e osservare solo i propri ricordi. Possedere un cuore così grande da amare tutti, ma troppo piccolo per una sola persona. Mordere in fretta la vita per raggiungere la morte. Sapere cosa si desidera senza volerlo ammettere. Essere pervasi da una folle euforia depressiva al solo pensiero. Avere una gran confusione ordinata in testa. Paura di capire qualcosa di cui si è già consapevoli. Osservare il passato e vedere il futuro. Guardarsi negli occhi al telefono e capire che si può ancora essere felici insieme.

Out of the sunrise

Se c'è un'artista che amo, è indubbiamente Joe Satriani. Il pezzo di oggi l'ho scritto ispirandomi ad una sua canzone intitolata, per l'appunto, "Out of the sunrise". Se vi va, mentre lo leggete, ascoltatela.

Odiava la notte. Non appena si stendeva sul letto, gli piombava addosso tutto il peso del passato. Si sentiva incollato e spalmato sul materasso, come burro sciolto sul pane caldo. Chiudendo gli occhi, vedeva solo immagini che avrebbe voluto solo dimenticare, cancellare, strappare dalla sua mente come vecchie foto ingiallite. Invece, ecco che si presentavano nuovamente e l'avrebbero fatto ancora e ancora, finché il tormento non l'avrebbe condotto alla disperazione. Lentamente, cercava di girare la testa per scacciarle, ma a ogni movimento corrispondeva un ricordo più doloroso del precedente. Quanti errori e rimorsi aveva accumulato nel corso di quarantadue anni? Tanti, troppi da sopportare per un uomo solo. Aveva raggiunto il limite... Una lacrima gli scese lungo la guancia, ferendolo come la lama di un coltello. Forse, la morte poteva essere l'unico rimedio, l'unica soluzione per non essere più schiavo dei suoi pensieri. Ma lui era un codardo ed era escluso che si suicidasse. Non gli restava altro che convivere con tutto questo... Le tenebre stavano sbiadendo in una tenue luce color acciaio, mentre gli uccelli parevano salutare un nuovo giorno. Possibile fosse già l'alba? Incredulo, si alzò e uscì in balcone. Il sole si stava ergendo da una spessa colte di nubi, avvolgendo la Terra in un dolce abbraccio, mentre i suoi figli, i raggi, tingevano ogni cosa di un caldo corallo. Sotto quella luce, tutto era diverso, più bello. Inspirò profondamente e l'aria, ancora fresca e frizzante, solleticò i suoi polmoni, facendolo sorridere come non aveva mai fatto. Come aveva potuto dimenticare tutto questo? Come aveva potuto pensare che tutto quel che riguardava la sua quotidianità gli fosse dovuto? La luce, più decisa, incontrò le sue labbra e lo baciò, purificandolo dalle tenebre. Incredibilmente, sentì il cuore leggero come un fringuello e gonfio di un sentimento non esprimibile a parole. Felice di poter osservare la città che, pigramente, si animava, si rese conto di essere perdutamente innamorato della vita.


«Il quattordici febbraio è una data importante per tutti gli innamorati. Ma vi siete mai chiesti il perché? No? Allora c'è una leggenda che dovete assolutamente conoscere... Volete che ve la racconti? Sì? Bene, allora andiamo a incominciare...», disse il menestrello pizzicando le corde del suo mandolino.
«La nostra storia ha inizio in un piccolo villaggio chiamato Rozenheart. Era un piccolo paesino di contadini.
Qui vi abitava anche un baldo giovane di nome Rudolph. Era molto alto e muscoloso, mentre i suoi capelli erano del colore dei girasoli in piena estate e aveva gli occhi blu, come il mare. Era così bello che non c'era ragazza del paese che non sospirasse al suo passaggio. Tra di loro ve ne era una né particolarmente bella, né di qualità eccelse. Eppure il suo amore per lui non era secondo a nessuna. La ragazza avrebbe voluto dichiararsi, ma era troppo timida per farlo. Era così pavida che, al solo vederlo, sentiva le gote avvampare e le si paralizzavano le labbra così da non riuscire a proferir neanche una parola. Rudolph era incuriosito da quella ragazza che fuggiva il suo sguardo. Non ricambiava neppure il suo saluto. Lo trovava forse antipatico?
Un bel giorno, i due, si incontrarono per un viottolo. Non appena lo vide, cercò di evitarlo. Quando si girò per ritornare sui suoi passi, si senti afferrare il braccio sinistro. Il cuore le si fermò nel petto. Perché mai l'aveva fermata?
«Aspettate!», supplicò lui. «Perché mi fuggite?»
Lei non rispose. Sentiva gli occhi penetranti di lui sulla sua nuca.
«Vi ho arrecato offesa? Se è così, vi porgo le mie scuse... O forse mi detestate?», domandò.
La giovane non rispose.
«Ah, è così, quindi...», mormorò mestamente il ragazzo.
Le si strinse il cuore. Avrebbe voluto dirgli che non era così e che gli voleva bene, ma non vi riuscì. Restò muta. Che maledetta fosse la sua timidezza!
«Eppure voi mi piacete...», bisbigliò appena il ragazzo.
Udendo quelle parole, si girò di scatto. Riuscì ad intravedere un sorriso forzato, poi lui se ne andò. La ragazza rimase lì, in mezzo al viottolo. Una lacrima le attraversò la guancia sinistra. Stava forse sognando?
La notte stessa, il villaggio vicino fu assalito da un gruppo di orchi sanguinari. Uccidevano chiunque incontrassero sul loro cammino: uomini, donne e bambini. Non avevano alcuna pietà. Nello scompiglio generale, un messaggero riuscì a fuggire e cavalcò sino al paesino di Rozenheart per chiedere aiuto. Tutti gli uomini del villaggio risposero a questa disperata richiesta. Anche Rudolph.
La ragazza, che non riusciva a prendere sonno, udendo la campana di allarme, si alzò. Raggiunse la piazzetta e trovò Rudolph.
«Perdonate il mio comportamento di oggi. Non vi ho nemmeno risposto...», mormorò dopo aver raccolto tutto il suo coraggio.
Lui sorrise.
«Finalmente odo la vostra voce! Sono contento di vedervi, ma ora non posso ascoltarvi. Devo andare. Voi barricatevi in casa e non uscite per nessun motivo. Quando tornerò, ascolterò ciò che volete dirmi, ve lo prometto.»
Prese le mani di lei per un breve istante, poi partì.
La ragazza tornò a casa e sbarrò ben bene la porta. Poi si inginocchiò ai piedi del letto e, con il cuore in mano, pregò gli Dei affinché il suo amato tornasse a casa sano e salvo.
All'alba gli uomini fecero ritorno, avevano avuto la meglio sugli orchi crudeli. La giovane si fece largo tra di essi, ma non trovò chi stava tanto cercando.
«Non avete rispettato la promessa!», gridò con la voce rotta dal pianto. «Avevate detto che sareste tornato e che mi avreste ascoltata... Io vi amo!»
Le lacrime scesero dagli occhi della ragazza per giorni e giorni. Aveva perso la voglia di vivere e si stava lasciando andare, sperando che, prima o poi, Rudolph sarebbe andato a prenderla.
Ma, dall'Alto dei Cieli, Dio stava osservando quella creatura. Dentro di lei vi era così tanto amore e sì tanta sofferenza che si commosse.
«Fanciulla», le disse, «non piangere più.»
Udendo quella voce così profonda ed imperiosa, la giovane si impaurì.
«No, non temere. Non è mia intenzione farti del male...», la rassicurò.
Davanti ai suoi occhi increduli apparve una meravigliosa scala di luce dorata. Era così lunga che non si vedeva la cima.
«Avanti, sali», esortò la voce.
La ragazza, titubante, si guardò alle spalle. Perché non seguire quel consiglio? In fondo, non aveva più nulla da perdere...
Decisa, salì quelle scale. I gradini sparivano man mano che avanzava, ma non era sua intenzione tornare indietro.
Quando raggiunse la cima si ritrovò, con stupore, a camminare su soffici e candide nuvole.
«Bene. Vedo che hai raggiunto i Cieli Celesti.», disse la voce. «Ti ho chiamata qui perché solo tu puoi adempire al compito che voglio assegnarti. Solo tu puoi assurgere a Divinità.»
«Cosa? Divinità? Io? Ma non ho nessuna qualità...», ribatté.
«Ti sbagli. Nessuno è migliore di te nel dare amore. Tu sarai la Dea dell'Amore.»
«Ma non so se ne sarò in grado...», si giustificò lei.
«Sono certo che ce la farai. Ho deciso di darti un piccolo aiuto, un assistente, per la precisione. Mentre tu proteggerai gli innamorati, lui si occuperà di far scoccare questo intenso sentimento nei cuori della gente. Ci sarebbe una persona veramente perfetta per quel ruolo. Te la presento...»
Dio schioccò le dita e davanti alla ragazza comparve Rudolph.
«Questo è tutto vero?», mormorò la giovane, mentre lacrime di gioia solcavano il suo volto.
«Temevo che non vi avrei più rivista...», le bisbigliò lui stringendola forte a sé.
Non era un sogno! La ragazza era così felice...
«Grazie... I-io», balbettò rivolgendosi alla voce.
Ma Dio non rispose. Rimase a osservarli, soddisfatto del suo operato.
Tutto questo accadde un quattordici febbraio di tantissimo tempo fa. Da allora, questa data è la festa di tutti gli innamorati che si ricongiungono, così com'era successo ad Ami Saint che aveva ritrovato il suo Vero Amore, Rudolph Valentine.»

Dolce agonia

Tante piccole gocce di pioggia, fastidiose come aghi di ghiaccio, stanno raggiungendo anche lui. Lui, così lontano da me eppur così vicino da poterlo sentire chiaramente. Lui, che speravo di aver perso per sempre. E non gli importa se non voglio sentirlo, parla comunque. E non gli importa se odio essere guardata in quel modo, nei suoi occhi si legge compassione. Quella pena che dovrei provare io nei suoi confronti. Come ha potuto ridursi così? Come ho potuto ridurlo così? Il mio sguardo è vuoto, sul suo viso scendono lacrime di sangue. A quella vista, il mio petto brucia come se andasse a fuoco... Solo ora mi accorgo della lancia che trafigge il mio corpo, trapassandolo da parte a parte. Buffo, non l'avevo notato. Sei tornato, non è vero? Avrei dovuto distruggerti quando eri troppo debole per ribellarti... Stringo gli occhi e, vinta dalla nostalgia, lo abbraccio dopo tanto tempo. Troppo. L'effetto è quello dell'elettricità e acqua insieme. Il dolore è insopportabile. Vorrei solo lasciarmi andare, perdere i sensi e morire. Morirei volteggiando lentamente come una foglia che, spinta dal vento, sfiora appena l'acqua del fiume e poi sprofonda trascinata dalla corrente. Sulle mie labbra ci sarebbe spazio solo per il mio sorriso più dolce. Il sorriso di chi ha ottenuto la pace. Ma non è questo ciò che vuoi. Perché, perché sei tornato? Oh, adesso ho capito. In realtà non mi hai mai lasciato, solo io l'avevo creduto. Perdonami. Perdona questa egoista che ti ha abbandonato, che ti ha fatto soffrire da solo e non ti ha mai rispettato, né difeso. Vuoi tornare? Nel mio petto c'è ancora spazio, il tuo spazio. Ti accontenti di parlare per me, ora? Magari, un giorno, incontreremo qualcuno che ti capirà. E, allora, parlerai solo a lui...

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